Il compagno Giorgio e i sacrifici dei lavoratori

1 gennaio 2012 | Politica | di Cesario Picca | 0 Commenti

festa-dei-lavoratori No. Il discorso di fine anno del compagno Giorgio Napolitano non mi è proprio piaciuto. A dire il vero ha toccato tutti i problemi con cui dobbiamo fare i conti. Ma mi è parso più un tentativo di equilibrismo democristiano che una netta indicazione del percorso da seguire. Di sicuro, il compagno (?) sul Colle avrebbe potuto risparmiarsi di chiamare in causa ancora una volta i lavoratori. Coloro cioè che più di altri hanno pagato e continuano a pagare. Eppure il compagno Giorgio ha voluto lo stesso ricordare loro che altri, ulteriori e impossibili sacrifici li attendono. E cosa debbono dare di più i lavoratori alla Patria? L’Anima? Sì, perché solo quella forse è rimasta visto che il deretano lo hanno consegnato da tempo a lor signori. Secondo gli ultimi dati, nel 2012 a rischiare il posto di lavoro sono in 300.000. Al ministero dello Sviluppo economico ci sono circa 230 tavoli aperti per cercare una soluzione alle crisi aziendali che vedono coinvolti 300.000 lavoratori, con rischi occupazionali immediati per 40.000 persone. I settori più colpiti sono quello dei trasporti, del tessile, delle telecomunicazioni, ma anche l’auto viene monitorata da vicino visto che la situazione, non solo in Italia, è preoccupante. E dunque cosa vuole di più il nostro presidente della Repubblica, per esempio, da quei 300.000 lavoratori a rischio disoccupazione? Il sangue? Nel suo discorso, Napolitano, ha detto: “Parlo dei sacrifici, guardando specialmente a chi ne soffre di più o ne ha più timore. Nessuno, oggi – nessun gruppo sociale – può sottrarsi all’impegno di contribuire al risanamento dei conti pubblici, per evitare il collasso finanziario dell’Italia. Dobbiamo comprendere tutti che per lungo tempo lo Stato, in tutte le sue espressioni, è cresciuto troppo e ha speso troppo, finendo per imporre tasse troppo pesanti ai contribuenti onesti e per porre una gravosa ipoteca sulle spalle delle generazioni successive”. Mi chiedo cosa si possa pretendere ancora da un operaio a 800 o 1.200 euro al mese al quale non si è più in grado di garantire neppure una piccola pensione che gli permetterà di vivere dignitosamente gli ultimi anni di vita. E non contento l’uomo del Colle ha aggiunto: “Comprendo, e sento molto, in questo momento, le difficoltà di chi lavora e di chi rischia di perdere il lavoro, come quelle di chi ha concluso o sta per concludere la sua vita lavorativa mentre sono in via di attuazione o si discutono ancora modifiche del sistema pensionistico. Ma non dimentico come nel passato, in più occasioni, sia stata decisiva per la salvezza e il progresso dell’Italia la capacità dei lavoratori e delle loro organizzazioni di esprimere slancio costruttivo, nel confronto con ogni realtà in via di cambiamento, e anche di fare sacrifici, affermando in tal modo, nello stesso tempo, la loro visione nazionale, il loro ruolo nazionale”. Ebbene sì, per salvare il Paese secondo Napolitano debbono soffrire ancora i lavoratori. Badate bene, non i capitalisti, non gli speculatori finanziari, non i ladri e i boiardi di Stato, non gli evasori, non coloro che portano i capitali all’estero. No, i lavoratori. Quelli appunto che già in passato hanno dato, per il comunista (?) del Colle debbono continuare a dare. Ha usato più inchiostro per dire ai lavoratori che dovranno soffrire che per ‘spaventare’ i delinquenti: «Corruzione ed evasione, non si può fare a meno di metterle nel mirino quando si parla di conti pubblici da raddrizzare. È un’opera di lunga lena che richiede preparazione di strumenti efficaci e continuità, ma è giusto, anzi sacrosanto, fare appello perché si agisca in queste direzioni». Il vero appello (speriamo non inascoltato) viene dalla leader della Cgil Susanna Camusso quando parla di un «rischio reale» di tensioni sociali crescenti nei prossimi mesi che va contrastato con un piano per il lavoro, la vera emergenza. «Nei prossimi mesi – sottolinea la Camusso – la recessione avrà un impatto duro sull’occupazione e sui redditi. Il rischio che cresca il conflitto sociale man mano che cresce la disuguaglianza è reale».

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