La malariforma della giustizia

26 marzo 2011 | Attualità , Politica | di Cesario Picca | 0 Commenti

 

TRIBUNALE La riforma della giustizia così come pare pensata da questo governo dà ancora una volta la stomachevole impressione che il tutto venga sottomesso e sacrificato agli interessi di uno solo. I nostri pensionati fanno la fame, le famiglie sono alle prese con la crisi e la situazione diventa sempre più esplosiva. Ma a questo governo interessa solo approvare leggi ad personam. Non voglio dilungarmi di più su questo argomento. Di seguito l’editoriale di oggi di Pierluigi Battista del Corriere della Sera che mi trova pienamente d’accordo.

 

La riforma della giustizia è un tema troppo delicato per lasciarlo ai professionisti dell’emendamento nascosto e delle aggiunte da inserire di soppiatto. La maggioranza di governo è stata fatta bersaglio di sospetti pregiudiziali, fino a negarne la «legittimità» ad affrontare il tema della giustizia. Sono accuse inaccettabili in una democrazia in cui la maggioranza scelta dagli italiani ha il diritto e il dovere di governare. Ma dovrebbe essere cura di questa stessa maggioranza evitare, come purtroppo sta accadendo, di snaturare i contenuti della riforma con provvedimenti discutibili, ambigui, o inclusi con l’obiettivo nemmeno tanto mimetizzato di favorire le vicende giudiziarie del premier.

Se dunque si parla di separazione delle carriere tra pubblici ministeri e giudici, non devono esserci tabù. E anche la

discussione sull’obbligatorietà dell’azione penale merita di essere affrontata senza remore. Non ci sono santuari intoccabili. Trincee da difendere. Rendite di potere da salvaguardare. Però non ha senso dilatare a dismisura l’ambito della responsabilità civile per i magistrati che sbagliano. Il referendum che fu votato dagli italiani reclamava una sanzione per quei magistrati che si fossero macchiati nei loro comportamenti di «dolo o colpa grave». Includere la categoria elastica della «manifesta violazione del diritto» introduce un elemento di equivoco e di genericità che aumenterà inevitabilmente controversie, ripicche e conflitti. Appare una norma punitiva, un’appendice ritorsiva che dà l’impressione di voler umiliare un avversario temibile, non, come dovrebbe essere, di tutelare i cittadini da abusi, persecuzioni, sciatterie, crudeltà gratuite.

L’irruzione periodica delle norme sulla «prescrizione breve», poi, assomiglia più all’ennesimo anello da aggiungere alla catena delle leggi ad personam che non a un provvedimento utile per riformare la giustizia italiana. Getta il peso delle vicende giudiziarie del premier in una riforma che dovrebbe riguardare la generalità e sembra fatta apposta per allontanare la semplice prospettiva della convergenza di una parte dell’opposizione che pure non è insensibile ai richiami di una riforma in senso garantista. Del resto, era stato lo stesso ministro Alfano ad assicurare che non ci sarebbero stati provvedimenti sospettabili di favorire il premier nel testo della riforma. Quella rassicurazione sembra caduta nel nulla. Oggi è il turno della «prescrizione breve». Domani potrebbe essere la riproposizione sotto mentite spoglie del «processo breve». Dopodomani chissà. Perché far vivere le istituzioni e l’opinione pubblica nella perenne attesa di qualche nuovo agguato? Perché alimentare in modo permanente il sospetto che la maggioranza stia provando a manomettere la legislazione in materia di giustizia per andare incontro alle esigenze del suo leader?

Meglio dunque che la maggioranza dia seguito ai buoni propositi enunciati dal suo ministro (e dallo stesso premier, del resto). Ha i titoli politici e istituzionali per governare, e non sarà certo la componente più oltranzista della magistratura e negargliene il diritto e la legittimità. Imbottire però la riforma di espedienti, eccentricità, estremismi e personalismi rende il percorso di una riforma seria più problematico. Ne verrebbe compromessa la credibilità della maggioranza. E la stessa speranza di riformare la giustizia.

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