La libertà di informazione può essere vista sotto tre distinte situazioni giuridiche:

1 – Quella attiva del diritto di informare;
2 – Quella passiva del diritto ad essere informati;
3 – Quella intermedia – ma indicata più come passiva – del diritto di informarsi.

La prima situazione giuridica rientra nel concetto di diritto dell’informazione; la seconda e la terza rientrano invece nel concetto di diritto all’informazione. Il diritto all’informazione o ad essere informati, viene riconosciuto come diritto sociale non riflesso e trova, pian piano, il suo riconoscimento implicito non solo nel 21, ma anche in altre disposizioni costituzionali. Nel corso del tempo, quindi, il diritto di manifestazione del pensiero viene ampliato con il diritto ad essere informati e ad informarsi (diritto all’informazione) intesi come una sorta di bilanciamento tra pubbliche autorità e privati. Questo perché solo un diritto ad essere bene informati o a reperire le informazioni permette la formazione di un’opinione pubblica documentata e non (o difficilmente) manipolabile. Secondo Loiodice “il fondamento costituzionale del diritto all’informazione non si rintraccia solo nell’articolo 21 che tutela il diritto di espressione (e quindi solo parzialmente soddisfa l’esigenza di conoscere), ma si desume dall’intero sistema costituzionale. Si desume non solo da tutte quelle libertà che garantiscono una scelta (e per scegliere occorre prima conoscere), ma anche dalle disposizioni che garantiscono il pieno sviluppo della persona umana (articolo 2), l’eguaglianza (articolo 3), la sovranità popolare (articolo 1), la partecipazione all’organizzazione del paese (articolo 3, secondo comma), la libertà di cultura (articolo 9), il referendum (articolo 75), l’iniziativa legislativa (articolo 71), la pubblicità dei lavori delle camere (articolo 64)”. Si tratta cioè di tutti quegli articoli che presuppongono una conoscenza di fondo per poter esercitare una scelta.