Senza Bavaglio
L’evoluzione del concetto di libertà di stampa

Cesario Picca – Pendragon – 2005 – pagg. 214
L’immagine del giornalismo italiano così come esce da Senza Bavaglio di Cesario Picca – collaboratore di ADN Kronos e vincitore nel 2002 del ‘Premio nazionale cronista Piero Passetti’ – non presenta purtroppo grandi novità. La fotografia scattata dall’autore è il ritratto di un paziente ancora lontano dalla via della guarigione, costantemente bisognoso di nuove e più brillanti risorse, soggiogato dalle esigenze del business is business. Picca ci ricorda come i giornalisti nostrani siano ancora troppo spesso condizionati da quel celebre “tengo famiglia” che nei modi e nei tempi ne pregiudica il proprio obiettivo professionale: raccontare i fatti con semplice e sincera chiarezza in nome dell’interesse collettivo. Nonostante in Italia il concetto di editoria “pura” sia sempre stato ai più fisiologicamente estraneo, diventa infatti sempre più inammissibile il largo spazio concesso a quei tanti imprenditori interessati al giornalismo solo in termini di strumento di lobbying. Il volume viene impreziosito da una serie di autorevoli interventi. Il segretario dell’Ordine nazionale dei giornalisti Roidi torna a parlare del “dubbio che manchi sempre quel quid necessario a rendere la stampa quel famoso cane da guardia pilastro di ogni democrazia”, il giudice Mancuso invita i giornalisti a mettere da parte “il sensazionalismo per fare spazio al necessario approfondimento”, il procuratore capo di Bologna De Nicola e il presidente dell’Ordine dei giornalisti della Lombardia Abruzzo affrontano il tema delle eventuali modifiche da apportare alla Costituzione a garanzia della professione. Così Senza Bavaglio, partendo dal concetto di censura preventiva e passando per il riconoscimento della libertà di manifestazione del pensiero, diventa ad oggi uno dei migliori testi in circolazione per avviare una costruttiva riflessione sull’attuale stato di salute della professione giornalistica nel nostro paese.

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Il diritto a una stampa libera tra realtà e utopia
Come si è evoluto il concetto di libertà d’informazione
di Serena Bersani
1/2/2006

Quando, qualche mese fa, è stata pubblicata la prima classifica mondiale della libertà di stampa curata da “Reporters sans frontières” e si è visto che l’Italia si collocava al 40° posto dopo paesi come Cile, Costa Rica e Corea del Sud, qualcuno si è stupito o si è finto sconcertato di tale risultato, mentre varrebbe la pena fermarsi a riflettere su quale deriva può prendere la democrazia quando la libertà di informare ed essere informati è limitata dai lacci e lacciuoli della politica, da concentrazioni, leggine ad hoc, intimidazioni, censure e autocensure.
Sotto questo profilo, in Europa stanno peggio soltanto in Romania, nella Repubblica Ceca e nelle repubbliche ex sovietiche. La posizione di bassa classifica l’Italia l’ottiene grazie all’irrisolta questione del conflitto d’interessi in capo all’inquilino di Palazzo Chigi e anche, specifica Rsf, grazie a leggi come quelle italiane che puniscono severamente il reato di diffamazione a mezzo stampa e alla pratica della ricerca e del sequestro di documenti nei cassetti dei cronisti che spesso rappresenta una forma di pressione e limita soprattutto il giornalismo investigativo e d’inchiesta.

Come controprova alle valutazioni di Rsf arriva il quarto rapporto Censis sulla comunicazione in Italia, commissionato dal consiglio nazionale dell’Ordine dei giornalisti, che nel 2005 ha messo nel mirino il legame tra cronisti e libertà di stampa. Sondando i giornalisti di politica ed economia in merito a pressioni e condizionamenti, emerge che solo la metà degli intervistati può affermare di non essere mai condizionato da qualcuno nell’esercizio della propria professione, con una sensibilità al problema che purtroppo è inversamente proporzionale all’età: i più giovani si sentono meno limitati rispetto ai più anziani.

I tentativi di limitazione della libertà di stampa non sono certo una novità dei giorni nostri, anzi accompagnano la storia del giornalismo fin dalla sua nascita, in Italia certamente fin dalla bolla papale del 1691 di Clemente XI che definiva senza mezzi termini i gazzettieri "biscazzieri, meretrici e donne disoneste" (anche se all’epoca i giornalisti erano solo uomini). Ed è proprio da qui che parte l’interessante saggio di Cesario Picca, giornalista del "Domani di Bologna", per ricostruire quanto è cambiato (o quanto poco è cambiato) in centinaia d’anni uno dei cardini su cui si basa la democrazia.

In "Senza bavaglio. L’evoluzione del concetto di libertà di stampa" (Pendragon), Picca ricostruisce infatti il lungo percorso che ha portato alla nascita del diritto all’informazione, dai tempi della censura preventiva alle – spesso contraddittorie – libertà di oggi. Il testo è molto più di un excursus storico poiché al passato si aggancia la riflessione sul presente pensata e voluta, con originale impostazione editoriale, attraverso una pluralità di voci e di punti di vista che sviscerano altrettanti problemi.
Voci estremamente autorevoli, che offrono contributi densi di interesse, sono quelle del giudice Libero Mancuso, del costituzionalista Augusto Barbera, del procuratore capo di Bologna Enrico di Nicola, della senatrice Daria Bonfietti, qui in veste di parlamentare italiana delegata all’assemblea dell’Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione europea (Osce), del presidente dell’Associazione dei familiari delle vittime della strage del 2 agosto Paolo Bolognesi che da oltre vent’anni si batte per l’eliminazione del segreto di Stato sui reati di strage e di terrorismo. Sul fronte giornalistico intervengono invece Vittorio Roidi, segretario dell’Ordine nazionale, che bilancia il diritto all’informazione con l’etica della stessa; Claudio Santini che, da decano dei giudiziaristi bolognesi, propone una riflessione sulla libertà di stampa nel settore della nera e giudiziaria; il presidente dell’Ordine dei giornalisti della Lombardia Franco Abruzzo che propone una revisione e modifica in chiave europea dell’articolo 21 della Costituzione che sancisce la libertà d’informazione (mentre il procuratore Di Nicola lo difende nella sua interezza); il responsabile dei servizi di comunicazione della provincia di Bologna Roberto Olivieri che analizza il tema attraverso il ruolo tutto particolare dei giornalisti degli uffici stampa.

Grazie anche a questa pluralità d’interventi il libro di Picca fornisce molteplici spunti di riflessione, non solo per gli addetti ai lavori ma soprattutto per coloro su cui ricadono gli effetti del sistema più o meno libertario o censorio dell’informazione, ovvero i cittadini, coloro che hanno il diritto di essere informati con correttezza e trasparenza.
Un testo da leggere soprattutto oggi che il giornalismo italiano e i giornalisti stanno vivendo una stagione difficilissima in cui il concetto di libertà di stampa si colloca al crocevia di una serie di problemi riguardanti la professione, l’organizzazione del lavoro, la gestione delle aziende editoriali, la contrattualizzazione dei lavoratori del settore.
C’è molto da capire di questo universo poco permeabile per il lettore (quanti, ad esempio, hanno chiare le ragioni degli scioperi dei giornalisti di questi ultimi mesi?) e il libro di Picca fornisce risposte a molti interrogativi, soprattutto perché raccoglie voci diverse e ciascuna di grande autorevolezza nel proprio campo.

Nella ricostruzione storica fornita dall’autore si vede come l’alternarsi di libertà e censura nella stampa italiana costituisca la cartina di tornasole della storia, politica e sociale, del nostro Paese. Mette bene a fuoco la questione il giudice Libero Mancuso nel suo intervento: «Una stampa indipendente è la grande assente in Italia, dove sono gli interessi economici a occupare e condizionare la grande informazione, terreno di oscure battaglie decisive per la conquista del potere condotte da uomini dell’ignominia del livello dei vari Sindona, Calvi, Gelli e via continuando senza soluzione di continuità, postisi al servizio dei loro protettori (e protetti) politici di turno, in un processo di progressiva, assillante occupazione di ogni anfratto comunicativo. Un disegno da perseguire a tutti i costi, ricorrendo a ogni mezzo, finanche alla corruzione dei giudici di questa martoriata e malata Repubblica».
Il libro di Picca è quindi utile non tanto per capire i percorsi altalenanti del concetto di libertà di stampa, quanto per comprendere il valore della libertà tout court (di cui la prima è solo una rappresentazione sintomatica) e in quale misura ciascuna epoca ne abbia elargito ai cittadini. Perché non affrontare il problema qui svolto, conclude Mancuso, «vuol dire non affrontare la grande questione della democrazia nel nostro paese, lasciarla incompiuta ed esposta a rigurgiti illiberali e finanche autoritari, ove si consideri l’elevatezza della posta in gioco».

Se un appunto si può fare alla completezza del libro di Picca è di dare uno spazio solo marginale ai condizionamenti del marketing e della pubblicità sulla libertà di stampa, problema da cui è sempre meno possibile prescindere in qualsiasi settore e a qualsiasi livello dell’informazione.
E, ancora, di non dare sufficiente peso al ruolo del sindacato che, dai vertici nazionali ai cdr dei giornali fino ai fiduciari delle piccole redazioni, considera la difesa della libertà di stampa non certo battaglia di retroguardia ma anzi uno degli impegni su cui confrontarsi quotidianamente con le aziende, in virtù di quel "patto con il lettore" che resta alla base della deontologia professionale. Spunti di riflessione che ci permettiamo di suggerire, magari per la seconda edizione.

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Liberi da cosa

Bicicletta Gialla – Passeggiate Bolognesi di Luigi Bernardi – il Domani di Bologna

Nelle scorse settimane, ho discusso un titolo di questo giornale che annunciava come il mio quartiere, il Fossolo, fosse nella morsa del crimine. Quel titolo era un esempio di stampa condizionata, non libera. Faremmo un torto prima di tutto a noi stessi se pensassimo che il termometro della libertà di stampa si misuri soltanto in presenza di un qualche tipo di censura. La libertà viene a mancare anche quando ci si consegna all’umore dei lettori, si concedono loro le parole che vorrebbero leggere. Nel caso in questione, un titolo adeguato sarebbe stato: "Alcuni cittadini del Fossolo pretendono che il loro quartiere sia nella morsa del crimine, ma non è vero". Titolo eccessivo, ne convengo, ma molto più corretto e "libero" di quello effettivamente pubblicato. Alla libertà e alle parole che la esprimono ho pensato perché avrei voluto partecipare alla presentazione di un bel libro di Cesario Picca, valente cronista di questo giornale, ma purtroppo non ci sono riuscito. Il libro si intitola " Senza bavaglio" ed esamina l’evoluzione del concetto di libertà di stampa: un argomento sul quale non si dirà mai abbastanza. Per affrontarlo a modo mio, devo fare un passo all’indietro. Tornare a una domanda che spesso mi fanno: quando si scrive, si scrive per se stessi o per i lettori? La risposta non è facile. Affermare che si scrive per se stessi vuol dire mostrarsi presuntuosi e inevitabilmente snob. Dire che si scrive per il pubblico denuncia, oltre che la voglia di far soldi, una semplificazione eccessiva del proprio lavoro. Personalmente, opto per una risposta alternativa: non scrivo per qualcuno ma per qualcosa, scrivo per la storia che sto raccontando. Scrivo non per me stesso e neppure per il pubblico, scrivo per narrare al meglio la storia che voglio raccontare, sia essa una storia vera che di finzione. Scrivo e scriverò fino a che la storia sarà narrata tutta, in quello che mi parrà l’unico modo nel quale quella stessa storia amerebbe essere raccontata. Mi pare una risposta efficace, e anche un buon esempio di libertà. Ma fino a che punto si tratta di una libertà praticabile? Io pubblico libri che non si pongono l’obiettivo di vendere tante copie. Questo significa che mi devo guadagnare da vivere con altri lavori. Se volessi vivere della mia scrittura, dovrei seguire i gusti del pubblico, e non sarei così libero come mi sento. Lo stesso mi pare che valga per i giornali. Se fossero realizzati nel disinteresse assoluto dei gusti del pubblico, nessuno li comprerebbe. E se nessuno li comprasse, non si troverebbe neppure uno straccio di editore disposto a pubblicarli. Ecco allora che il concetto di libertà di stampa assume un connotato decisamente ambiguo, allarmante. Perché, da qualunque punto di vista la si guardi, ci si troverà sempre di fronte a una libertà condizionata. Faccio un esempio. In questa ultima settimana, i giornali hanno dato ampio spazio alla vicenda del carabiniere ucciso da un evaso. Tutti si sono chiesti perché all’assassino fossero stati concessi permessi premio. Tutti hanno ascoltato il magistrato che quei permessi aveva deliberato tirare in ballo la legge e distinguere fra senso di colpa oggettivo e soggettivo. Curiosamente, nessuno ha messo in rilievo come una pattuglia dei carabinieri che arresta qualcuno dovrebbe, dopo averlo ammanettato, perquisirlo con cura alla ricerca di eventuali armi. È un dato di fatto: se non si prendono certe elementari precauzioni, la vicenda può degenerare in un bagno di sangue, proprio come è avvenuto. E allora perché il ministero della Giustizia ha ordinato un’inchiesta e quello degli Interni no? In Italia sono tutti pronti a scagliarsi contro la magistratura, ma nessuno sembra prendere in esame altre mancanze: è molto più semplice e consolante demonizzare e santificare. Ma una stampa che crea di continuo nuovi babau, nuovi santi e nuovi eroi non è forse l’espressione più lampante e drammatica della libertà condizionata in cui è costretta a barcamenarsi?

www.luigibernardi.com

 

L’informazione tra libertà, segreti e condizionamenti
Presentato il libro di Cesario Picca “Senza bavaglio”
di Serena Bersani

Si è partiti parlando di libertà d’informazione e si è finito discutendo di segreti di Stato, menzogne, omissioni, di ciò che mina alle fondamenta la democrazia di un paese. La presentazione del saggio di Cesario Picca, giornalista del Domani, Senza bavaglio. L’evoluzione del concetto di libertà di stampa (Pendragon) è stata l’occasione per un dibattito di grande spessore che ha visto protagonisti alcuni dei personaggi presenti con propri interventi originali nel testo dell’autore, dal procuratore capo di Bologna Enrico Di Nicola, al giudice Libero Mancuso, al costituzionalista Augusto Barbera, al presidente dell’associazione stragi Paolo Bolognesi, al cronista Claudio Santini dell’Ordine nazionale dei giornalisti. Prendendo spunto dalla premessa di Picca (“in una democrazia il segreto deve essere l’eccezione, l’unico dovere del giornalista è quello di informare e una stampa imbavagliata è sinonimo di un paese non democratico”), gli interlocutori hanno toccato alcuni dei temi cardine del problema, che non riguarda certamente solo la categoria dei giornalisti, ma tutti i cittadini: i monopoli e gli oligopoli nel settore dell’informazione specie televisiva, la scalata ai grandi quotidiani per condizionare l’opinione pubblica, l’anomalia tutta italiana del conflitto d’interessi, le leggi che limitano la libertà d’azione dei giornalisti, le stesse condizioni di lavoro che li rendono deboli e ricattabili rispetto ai poteri editoriali. È stato lo stesso procuratore Di Nicola, ad esempio, a ricordare al pubblico presente a Palazzo Malvezzi per la presentazione del libro che “quando vediamo i giornalisti battersi contro il precariato è chiaro che c’è stato un venir meno della democrazia”. Una sollecitazione raccolta da Santini: “Il problema della libertà d’informazione è che il giornalismo è sempre più basato sul precariato. Se il posto di lavoro di un giornalista dipende dal rinnovo di un contratto a termine, è evidente che questi non può essere libero”. Mancuso ha invece messo in guardia rispetto ai pericoli delle scalate ai mezzi d’informazione “perché questo rappresenta un mezzo per insediarsi alla guida del nostro Paese”. Il tutto accompagnato da un depauperamento dell’informazione, soprattutto tra i giovani, “che si traduce in un deficit di consapevolezza civile”. Il professor Barbera ha invece messo l’accento sul fatto che l’articolo 21 della Costituzione – difesa a spada tratta dal procuratore Di Nicola – si rivela insufficiente in quanto non tocca la comunicazione radio-televisiva che, come noto, rappresentano i mezzi di maggiore condizionamento dell’opinione pubblica. Prendendo poi spunto dalla battaglia portata avanti da Paolo Bolognesi, presidente dell’associazione dei familiari delle vittime della strage del 2 agosto, per l’abolizione del segreto di Stato per i reati di strage e di terrorismo, il costituzionalista ha aperto una vivace discussione sulla reale esistenza di documenti segreti su queste vicende. Il punto sulla delicata questione l’ha fatto il giudice Mancuso, rappresentante dell’accusa proprio nel processo 2 agosto. “Purtroppo non è questione di togliere segreti, ma di trovarne la documentazione. Sono certo – ha detto – che anche se potessimo andare ad aprire certi cassetti non troveremmo nulla, perché nulla è stato scritto o perché, come ho potuto verificare, gli archivi dei servizi possono essere distrutti senza conseguenze per nessuno e in essi spesso si trovano soltanto i segni della falsificazione”.

 

La difficile difesa della libertà di stampa

Una stampa non libera è sinonimo di un paese non democratico. È l’assunto di fondo di "Senza Bavaglio – L’evoluzione del concetto di libertà di stampa", il saggio giuridico scritto da Cesario Picca, giornalista de il Domani ed edito da Pendragon. Oltre 200 pagine in cui l’autore- oltre a fornire un completo excursus storico – denuncia ed evidenzia i tanti ostacoli che quotidianamente incontra come cronista di nera e giudiziaria. Per giungere alla conclusione che “in democrazia la regola è la trasparenza, mentre il segreto è (o dovrebbe essere) l’eccezione".

Il saggio – con ampia ed utile bibliografia – è corredato da una serie di interventi che analizzano i diversi aspetti della problematica della libertà di stampa. Il giudice Libero Mancuso dice “No al sensazionalismo” e invoca “ più spazio all’approfondimento”; Vittorio Roidi, segretario nazionale dell’Ordine, riflette su: “Informazione ed etica nel-l’interesse della collettività”.
Il costituzionalista Augusto Barbera sostiene che il diritto moderno “deve fare i conti con la tv”; il giornalista Claudio Santini analizza “la cronaca nera fra storia e politica”; Franco Abruzzo, presidente dell’Ordine in Lombardia, invoca “i giornalisti nella Costituzione”. Paolo Bolognesi, presidente Vittime 2 Agosto dice “No al segreto di Stato per strage e terrorismo”, la senatrice Daria Bonfietti si intrattiene sul rapporto Osce (organizzazione europea per la sicurezza e la cooperazione) che parla di “informazione a rischio in Italia”. Il procuratore capo di Bologna, Enrico Di Nicola sostiene che “L’articolo 21 è completo, basta applicarlo”; infine Roberto Olivieri, responsabile dei servizi di comunicazione della Provincia di Bologna, per il quale “l’ufficio stampa allarga la libertà di informazione”
Il volume è stato presentato a Palazzo Malvezzi, sede della Provincia, nella Sala dello Zodiaco, nel corso di un dibattito con al centro Cesario Picca che ha illustrato, fra l’altro, le ragioni storiche (il concetto di libertà di stampa), contingenti (il lavoro di cronista) e civili (la difesa costante dei valori di informazione e di critica) che l’hanno spinto al lavoro. Sono intervenuti Augusto Barbera, Paolo Bolognesi, Enrico Di Nicola, Libero Mancuso e Claudio Santini. "Si tratta di un volume – è stata la conclusione – che tutti dovrebbero leggere: i giornalisti che spesso dimenticano la missione loro affidata dalla Costituzione; i destinatari della comunicazione che spesso ignorano le grosse difficoltà che quotidianamente i giornalisti fronteggiano per informare".
I saluti della Provincia di Bologna sono stati portati da Stefano Alvergna, assessore alla Comunicazione.

Il dibattito è stato coordinato da Nico Perrone, direttore editoriale de il Domani

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