Scusate il ritardo

8 dicembre 2010 | Attualità | di Cesario Picca | 0 Commenti

new york3 Scusate il ritardo. E’ passato un po’ di tempo da quando il blog è stato aggiornato. Ma i tanti impegni finora mi hanno impedito di aggiornarlo. Spero che il restyling sia di vostro gradimento. Comincio raccontandovi della mia avventura alla Maratona di New York del 7 novembre scorso. Di seguito il pezzo che ho scritto sull’Informazione di Bologna, il giornale per cui lavoro. Buona lettura.

 

di Cesario Picca

In quei momenti intrisi di sudore e fatica, pieni di emozione e delusione la mia mente ha trovato la forza di rivivere i nove mesi di duro allenamento che mi hanno permesso di varcare la finish line a Central Park. Ebbene, sì. C’ero anch’io alla 41a edizione della Maratona di New York domenica new york1 scorsa. Ero al debutto sui 42 chilometri. Finora avevo sempre corso delle mezze maratone. Non esagero se vi dico che per me era un po’ come la finale di Coppa del Mondo. E ovviamente mentirei se dicessi che non sono felice di avercela fatta. Ma in cuor mio non sono soddisfatto. Chi corre sa che una gara non è mai uguale a un’altra. E ciò non dipende solo dalla preparazione. Molti sono i fattori che determinano una prestazione. Ma questi nove mesi di allenamento tra il Parco dei Cedri e la litoranea Gallipoli-Torre San Giovanni mi avevano reso fiducioso. Ero partito per la Grande Mela convinto di poter completare le famose 26,2 miglia in circa quattro ore e mezza. Purtroppo così non è stato. E ovviamente non sono soddisfatto. Di certo non mi hanno aiutato i guai fisici e neppure le quattro ore di attesa all’addiaccio sotto una tenda come un terremotato. Ma se spazzo via la questione tempo (che comunque ha la sua importanza, per la cronaca il cronometro ha segnato 5 ore e 28 minuti) mi restano solo immagini belle. Di questa meravigliosa esperienza ricordo particolarmente il calore e la partecipazione della gente. Tutti ai lati della strada a fare festa e ad incitare i runners. Lungo il percorso ho dato centinaia di “cinque” a donne, bambini, giovani e vecchi di ogni nazionalità. E quando a bordo strada vedevo qualche bella ragazza, anziché dare il cinque mi fermavo… per baciarla. Per me è stato un modo per esorcizzare il fastidio al ginocchio sinistro che mi sono portato dall’Italia. Pensavo che fosse l’emozione a farmi tremare le gambe. Emozione che sarebbe svanita con la corsa e la fatica. E invece era dolore. Che è andato sempre più aumentando con il trascorrere del tempo e con il passare dei chilometri. Nel cuore di Brooklyn, il ginocchio ha iniziato a condizionare la mia gara. Debbo ringraziare anche il mio amico Raimondo Tedesco, che era a New York con me e col quale ho organizzato in questi mesi la “finale di Coppa del Mondo”, se sono andato avanti. Il calore della gente, la preparazione studiata nei minimi dettagli e la forza di volontà hanno fatto il resto. Al 20° miglio, ci avevano detto tutti, arriva la crisi. Chi corre sa che ai 30 chilometri il fisico comincia a soffrire lo sforzo. A furia di sentirne parlare ci eravamo quasi fatti condizionare. Ma noi quella crisi non l’abbiamo proprio avvertita. Avevamo il ginocchio (io il sinistro e lui il destro) che ci dava abbastanza pene. La crisi (muscolare) per noi è venuta al 22° miglio. È stato davvero un colpo al cuore. La paura di arrivare col buio ha cominciato a balenare nella mia mente. Siamo stati costretti a camminare. Eppure di fiato in corpo ne avevamo davvero tanto. Abbiamo provato a ripartire, ma dopo 400-500 metri dovevamo fermarci nuovamente. Abbiamo camminato per circa un miglio. Sempre a provare ripartenze puntualmente stoppate dal dolore lancinante. Ma all’imbocco di Central Park è successo quello che non mi sarei aspettato. Nel vedermi superato da anziani e gente allenata a hot dog e patatine, ma soprattutto da un gruppo di corridori francesi (quando si dice l’orgoglio nazionale), qualcosa è scattata nella mia mente. E deve averne risentito pure il ginocchio che ha smesso di fare le bizze. E così abbiamo ripreso a correre come se nulla fosse accaduto fino a quel momento. Abbiamo ritrovato il nostro ritmo che avrebbe dovuto portarci sul traguardo un’ora prima. Abbiamo superato tutti quelli che ci erano passati davanti, compresi i francesi. E alla fine abbiamo varcato la finish line. Prima di giungere al traguardo ho trovato pure la forza di scherzare con due tipi vestiti alla “Blues Brothers” che salutavano il pubblico stipato sulle tribunette. Infine ho avuto anch’io la fatidica medaglia che il giorno dopo tutti i finisher portano al collo con soddisfazione e orgoglio ricevendo vagonate di congratulations dalla gente che li incontra per strada.

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