Tap, il Salento e la confusione del Giornale

29 marzo 2017 | Attualità | di Cesario Picca | 0 Commenti

La lettera che ho inviato al direttore del Giornale, Alessandro Sallusti, dopo aver letto un articolo sui Notap e sul Salento, a mio avviso intriso di luoghi comuni e misconoscenza, comparso sul quotidiano.

Egregio direttore,

ho letto l’articolo che Francesco Forte ha scritto per il suo giornale e ho trovato alcuni passaggi intrisi di tanti e tali luoghi comuni e misconoscenza del territorio di cui parla e delle reali dinamiche che lo hanno caratterizzato e lo caratterizzano che per un momento mi è sembrato mancasse solo la gloriosissima frase del generale Nino Bixio quando ai tempi del sacco sabaudo ai danni del Meridione ebbe a scrivere alla moglie che “è un paese che bisognerebbe distruggere, e mandarli in Africa a farsi civili”.

Non voglio entrare nel merito delle considerazioni politiche e delle posizioni più o meno ideologiche che possono o potrebbero animare le parti che partecipano alla contesa. Ma non sono neppure per la generalizzazione secondo la quale, come scrive Forte, “l’opposizione alla Tap è peggio di quella alla Tav sia perché colpisce la Puglia che ha molti più problemi di sviluppo del Piemonte e sia perché mentre oltre alla linea Lione-Torino-Kiev esistono altri corridoi ferroviari ad alta velocità, invece la Tap apre una linea di rifornimento energetico del tutto nuova. Nonostante i danni che il blocco della Tav ha arrecato al Piemonte e in particolare alla provincia di Torino, l’area in questione ha molte altre opportunità economiche e legami internazionali tramite Fiat Chrysler, Ferrero, Zegna. La Puglia non ha un’analoga situazione di sviluppo economico e di internazionalizzazione e ha la crisi dell’Ilva”.

Chi scrive dà l’impressione di non avere mai varcato i confini della Puglia o quantomeno di non aver mai raggiunto il Salento, la Messapia e la Magna Grecia, realtà molto diversa dalla Daunia e dalla Iapigia oltre che distante. Chi scrive dà l’impressione di credere che l’Ilva sia stata un toccasana per l’economia di questa terra e magari di credere pure che abbia portato numerosi benefici economici insieme a quell’altro ecomostro di nome Cerano che indica una centrale a carbone. E magari fa credere anche che fu uno scambio equo e vantaggioso quello che il nostro governo fece inviando nelle viscere del Belgio nostri connazionali salentini per una carriola di carbone. Non voglio credere che per Forte sia tanto bello, moderno e vantaggioso costruire uno stadio di calcio al posto del Colosseo a Roma o del Duomo a Milano o della cattedrale di Santa Maria del fiore a Firenze. O, per pensare più in piccolo, costruire una centrale atomica sulle spiagge della Romagna. Così come non voglio pensare che Forte creda alla favola dei saurocrati di Bruxelles secondo i quali per debellare la Xylella occorre abbattere ulivi millenari che neppure sanno come siano fatti, un po’ come dire che per un malato di cancro è inutile la chemio pertanto meglio risparmiare e sopprimerlo. Solo chi non ha mai vissuto all’ombra di un ulivo millenario può pensare che abbatterlo sia un fastidioso e passeggero effetto collaterale, solo chi non ha mai respirato o avvertito la sua magia può pensare che basti “un indennizzo per piantare ulivi non contaminati o altre piante”.

Probabilmente la pipeline porterà vantaggi al Paese e all’Europa e forse avrà qualche ricaduta sul territorio salentino e se è un’opera strategica è giusto che si faccia. Quello che contesto, però, è il luogo scelto per l’approdo. I nostri geni italici potevano scegliere tra una zona industriale e un paradiso terrestre dove nidificano le tartarughe marine e che si tenta di salvaguardare per permettergli di apportare ancora benefici al reddito attraverso il turismo. Ovviamente, come spesso accade nel nostro Paese, hanno scelto di mettere a repentaglio il paradiso (del resto gli errori dei padri ricadono sui figli come insegna la storia di Adamo ed Eva) salvaguardando la zona industriale. Se questa è logica è evidente che mi sono perso più di un passaggio. Fermo restando che una volta giunti a Melendugno/San Foca occorrerà costruire un gasdotto di 56 km che da Lecce porterà a Mesagne, a due passi da Brindisi e dalla sua zona industriale, dove c’è il punto di allaccio alla Rete nazionale Snam. Più o meno è come se da Bologna dovessi andare a Milano e decidessi di passare da Torino.

Scrive ancora Forte: “L’opposizione alla Tap in nome dell’ambiente è autolesionistica perché essendo il gas meno inquinante del petrolio, la sua sostituzione al petrolio migliora l’ambiente. Si tratta anche di autolesionismo economico perché la Puglia, con questo gasdotto avrà rilevanti vantaggi economici e occupazionali, sia nel periodo in cui si faranno i lavori, sia in quello successivo dato che potrà utilizzare questo gas nella produzione di acciaio all’Ilva, nelle imprese di lavorazione a valle, nelle altre sue attività”. Con ciò dimostrando di non sapere che l’Ilva nulla di buono ha portato al Salento in termini economici ma solo distruzione e morte a cui sono seguite e seguiranno tante spese per bonificare e sanificare l’ambiente e curare chi si è ammalato a causa delle emissioni. Proprio come è successo nei dintorni della centrale a carbone di Cerano. Perché il problema è sempre lo stesso quando si demanda a chi non conosce niente del territorio sul quale andrà a incidere. I nostri geniali governanti come potevano sfruttare al meglio un mare cristallino e un ambiente da favola se non costruendovi qualcosa che li inquinasse? Con il senno di poi ci sarebbe da credere che la scelta non poteva che essere quella dal momento che negli ultimi anni il Salento e le sue spiagge stanno mettendo a repentaglio l’economia della stessa Riviera romagnola.

Tanto dovevo, la ringrazio per l’ospitalità, buon lavoro.

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