Tap, l’ennesimo scempio del Salento

28 marzo 2017 | Attualità | di Cesario Picca | 0 Commenti

Per avere un’idea dello scempio in corso nel Salento con la Tap basterebbe pensare come sarebbe avere uno stadio al posto del Colosseo, del Duomo di Milano o di Santa Maria Novella. Avrebbero potuto far approdare la Tap nella zona industriale di Brindisi che non ha bellezze naturalistiche in pericolo, dove ci sono già altri mostri come la centrale a carbone di Cerano che non rendono fruibile ai cittadini il luogo, dove alcuni amministratori locali si erano detti disponibili e soprattutto dove nella vicina Mesagne è previsto l’allaccio al cosiddetto punto di consegna, ossia la rete nazionale di Snam Gas. Invece i geni italici hanno optato per l’approdo a San Foca, su una bellissima spiaggia che da anni vince la Bandiera blu e che alimenta turismo e reddito, dove nidificano le tartarughe marine e dove verranno espiantate alcune centinaia di alberi d’ulivo millenari che stanno già combattendo per resistere alla grave minaccia della Xylella. E da lì dovranno poi far partire altri 56 chilometri di gasdotto per raggiungere Mesagne nel Brindisino dove comunque ci devono arrivare. Ma secondo questi geni i costi sarebbero stati più alti anche se oggi l’azienda costruttrice sta perdendo tempo sul programma operativo, anche se sta mettendo a repentaglio un angolo di paradiso e anche se poi si dice disponibile a prevedere delle migliorie e degli investimenti. In realtà, secondo altri, non sarebbe stata una questione di costi ma solo di puntiglio perché dopo aver identificato il luogo di approdo in una sorta di gioco dell’oca i nostri governanti avrebbero deciso di non ascoltare più altre campane accusate di far perdere tempo. Come se la salvaguardia ambientale fosse una perdita di tempo e non un investimento. Come racconta il sindaco di Melendugno, Marco Potì, “l’ipotesi di Brindisi non è mai stata presa seriamente in considerazione. La possibilità di scegliere un diverso punto di approdo è stata discussa per un’oretta in quattro incontri tra febbraio e marzo. Alcuni siti erano stati considerati idonei anche dal Ministero dei Beni Culturali, ma ci è stato risposto che siccome il governo e la società avevano fretta di chiudere la procedura, non erano disponibili a valutare alternative”. Onore, dunque, a coloro che stanno lottando per difendere il territorio dall’ennesimo scempio deciso dalla politica dopo Cerano e l’Ilva, dopo la soppressione del Frecciarossa e il rischio di non vedere più atterrare Ryanair, dopo aver costretto alla fuga una buona parte delle risorse umane migliori, dopo il nulla per la difesa e la valorizzazione di questa parte di territorio.

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